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Italo Tomassi pittore - scenografo

Tomorrow we start again: Casanova final act - article by journalist Dominic Pertica published in "Il Messaggero" (1975)

(dall’ Articolo di Domenico Pertica apparso sul Messaggero – aprile 1975 -)

Oggi tutti a Cinecittà per le prove finali, poi il primo ciak dopo tre mesi e tre giorni di sospensione.

Casanova domani riapre. Primo ciak dopo tre mesi e tre giorni di sospensione per la “crisi”.

Un miliardo per finire né un soldo in più né in meno. Austerity la più autentica e irremovibile nel profondo felliniano sui destini del cavaliere di Seingalt.

Ma c’è la favola che Fellini sia uno spendaccione. Tutte valanghe di fango che non hanno credito, né intaccano il marmo di un sistema volto a raccattare perfino il centesimo. Lo sdegno si leva da una più che attendibile voce. Un “amministrativo” del cast che storce la bocca disgustato per il modo in cui ha veleggiato il bastimento-Casanova.

Domani riapre. Oggi prove finalissime. Canti e movimenti di masse nel Teatro numero Cinque, l’ultimo dei capannoni di Cinecittà (dove si sono girate anche le scende di Amarcord) il prediletto da Fellini, dopo il quale si apre la campagna che va a raggiungere dall’altra parte le case del Casilino.

Una ripresa lenta, quasi con angoscia. Stavano al Teatro 15, la sera del 20 dicembre prima che si chiudessero le saracinesche della lavorazione. L’ultima scena, prima di questa “ripresa”, è stata quella della “madre” di Casanova, che lui rivede, vecchia, e lontana, e irreale come un fantasma tra le nicchie dorate del Teatro di Dresda. Una visione appena, una voce dolce e antica che lo chiama nel silenzio dorato, sulle soglie della fine: “Giacomo! Sono qui. Tua madre, Giacomo, figlio mio!”.

Una scena occupata da candelabri monumentali che grondano cera quasi spenti, nel disfacimento di una vita.

La prima scena di domani, la prima della “ripresa”, il salone del castello di Württemberg sul quale incombe la caduta di un mito, listata a lutto nei colori bianco e nero che campeggiano, nel fasto funerario di una cornice da incubo.

Altre otto settimane con questa compresa, poi tutto finito. Altre scene-pilastro, dopo questa: quella del carnevale di Venezia con mille e più comparse sui prati del Tuscolano in una Venezia costruita apposta su quei prati, e poi la scena-madre del castello di Dux, dove Casanova esala l’ultimo respiro.

***

A’ come cavolo te chiami, viè qua, te vo’ er dottore!” Otello Menicuccio e Miro, uno degli staff felliniani, chiama Adriano il superman degli “effetti” (tutto Amarcord) del legno, del polistirolo delle finzioni sceniche.

Er dottore vo’ sapè chi ha fatto quer cavallo, jè sembra che è venuto dar museo. Ce manca sopra Bartolomeo Collioni, come se chiama, e stamo a posto.

Un cavallo proprio. Ma solo la corazza di un cavallo istoriata, lamellata ben polita come uscita di fresco da un verso dell’Ariosto e dallo scalpello del Verrocchio, dondola su un piedistallo, nell’interno del Teatro Cinque. E’ tutto falso, tutto cartone. Adriano l’ha verniciata e l’ha messa sul piedistallo.

Teatro numero Cinque. Salone del castello di Württemberg. Una squadraccia di venti ufficiali esce cantando, un fritto misto di colori nelle divise sgargianti elettrizzate dalla musica di Nino Rota. Quattro donne (le zie del castellano), quattro buffoni che saltano, un tavolo a ferro di cavallo come il colonnato di San Pietro, pieno zeppo di cicisbei, Donad Sutherland (Casanova), Dudley Seaton (conte di Württemberg, un attore che faceva l’esorcista nel film “I Diavoli” di Ken Russel), Eli Steiger (una zia), questi gli esteri animali che popolano una scena volutamente camera-mortuaria di una gloria (quella di Casanova) che il meccanismo-Fellini ripudia senza tregua.

Sullo sfondo, un albero genealogico ricopre una parete larga e alta come la facciata di un palazzo a cinque piani. Dalle fronde pencolano 30 lapidi con i nomi dei Württemberg dell’ampiezza di un fornetto cimiteriale. Le volute, i cartocci che impennacchiano l’”albero” sembrano corna di diavolo. Un organo sale fitto con la boscaglia delle canne nere e oro e dall’altra parte un cavallo più grande del naturale, dipinto a olio, opera del pittore Giuliano Geleng, precipita sulla sala. Otto armature di guerrieri in fila, sembrano fantasmi di ferro. Un’altra armatura, alta come una torretta di tre piani fa da guardia in un angolo. Fellini dice a Danilo Donati, il creatore scenografo di tutta questa “suspense” ai margini della follia: “bisogna bulinare l’armatura, renderla più vecchia”. Adriano sente e dice: “Va bé , dottò, ce penso io”.

Otello, Menicuccio e Miro sentono anche loro il commento del “maestro” e ripetono in coro, appollaiati come gufi sulle sedie del set: “Lo vede? Cura i minimi particolari. Crea sempre fino all’ultimo minuto. E chi jé sta appresso? Lui crea. Nemmeno lo spirito de Casanova ce se ritroverebbe”.

A sor Italo, vo’ venì un momento qua? Eh! Er sor Italo – dicono i tre in coro come vecchie bacucche che recitano le litanie – è er grande capo. Tutto lui. ‘O sanno tutti”.

Italo Tomassi, 67 anni, scende da un castelletto dove sta arrampicato per dare gli ultimi ritocchi alle canne dell’organo. “Ditejelo ar dottore. Quando c’avete a fa ‘sto putiferio?”. Risponde Italo: “Non più di una settimana”. Un pennello fine e una scultura fine”. Adesso sto facendo i fondali di Venezia al Centro Sperimentale. Dipingo una città intiera, chilometri di monumenti”.

A sor I’ – strillano gli operai – venite qua. E’ aumentato er praticabile der castelletto a metà” Italo risponde che ce la fa senza scala. “Si ‘o dice Italo ce sto”. Danno il lucido ai marmi con spazzoloni intinti in una colla bianca.

- E quel cannone laggiù?

A dottò. Nun vorà crede che spara er mezzogiorno dar Gianicolo. E’ farso è d’Adriano, peserà venti chili come ‘na creatura de quattr’anni”.

Italo Tomassi e Adriano Pisciutta, insieme a Danilo Donati, veleggiano nella gloria del castello di Württemberg che caracolla in questa scena sospesa sulla più agghiacciante demolizione del mito casanova. Giuseppe Rotunno il “dio” della macchina da presa, una Mitchell storica, il super-operatore, lente a ciondolo legata a un collarino di pelle: “Spero che questo film sia il più il più di Fellini. Duecento operai hanno costruito un film fatto a mano”.

Il film effettivamente è un “piccolo punto” di Venezia. Un incanto e un’allucinazione, una pignoleria, un puntiglio, di osservare il granello che sta incastrato tra un capello e l’altro di una parrucca-Casanova….